Io credo nella lotta di classe. Credo nella guerra dei sessi. Credo nella mia tribù. Credo nella parte virtuosa e dritta e intelligente delle classi lavoratrici in opposizione alle stupide masse decerebrate, come anche alla borghesia che è mediocre, senz'anima. Credo nel punk, nel Northern Soul, nella acid house, nel mod, nel rock and roll. Credo anche nel rap e nell'hip hop... ma quelli sinceri, pre-commerciali.
Sickboy, Porno, Irvine Welsh
Take the time to make some sense
Of what you want to say
And cast your words away upon the waves
Bring them back with Acquiesce
On a ship of hope today
And as they fall upon the shore
Tell them not to fear no more
Say it loud and sing it proud
And they...
Oasis,
The Masterplan
Venerdì è stato il mio terzo concerto degli Oasis.
L'ultima volta era stata tre anni fa, sempre di febbraio, sempre al Palalotto. Nella strada per Roma, ho cercato di tirare un bilancio di quello che in tutto questo tempo è cambiato nel rapporto con quella che è, tra alti e bassi, la mia band preferita di sempre.
Ho aggiunto nuove espressioni impronunciabili e sconosciute alla mia allora modesta cultura musicale, come punk, post-punk, acid house, new wave, no-wave, indie rock, twee-pop. Ho avuto una serie interminabile di agnizioni miracolose. Protagonisti delle mie fantasticherie da fangirl sono diventati cani più giovani e piacenti dell'indie rock, come Brandon Flowers, Carl Barat, Fab Moretti o Jared Followill, mentre Liam e Noel diventavano simili più a dei fratelli maggiori particolarmente protettivi, se non a delle divinità inviolabili del rock n' roll. Sono arrivati i Libertines e gli Strokes, in leggero ritardo, diciamocelo, e il loro rock dall'approccio un po' burgeois, punk settantasettiano e lyrics maudit per gli uni, favole metropolitane e chitarre ruvide e minimal per gli altri, mi sembrava mi offrisse degli immaginari più consoni rispetto agli slogan proletari spiattellati su microfono dalla voce lagnosa di Liam Gallagher. E' tornata la passione morbosa infantile per la moda, si è sviluppata quella per la letteratura e il cinema, il fatto che tutte potessero coesistere mi ha eccitato da morire, e gli Oasis sono inevitabilmente rimasti tagliati fuori da questa trasversalità tra forme di espressione diverse.
In poche parole, ho scoperto che gli Oasis hanno raccolto l'eredità di quanto di meglio l'Inghilterra abbia avuto da offrire negli ultimi cinquant'anni, e in questo confronto, anziché rafforzati, sono usciti un po' sminuiti ai miei occhi. No, non parlo della loro pila alta così di cause per plagio, il riff di cigs&alcohol sarà pure uguale a quello di Get It On dei T. Rex, ma per me è solo una tenera forma di tributo, perché anche loro, come me, avranno riempito tanti pomeriggi con sessioni di ascolto di Jam, Sex Pistols e Beatles, per certi adolescenti questa è una forma migliore di investimento del proprio tempo che non curarsi eccessivamente della propria vita sociale.
C'è che gli Oasis non hanno la wit di un Jarvis Cocker, l'attitude studiatissima di un Brett Anderson o il profondo esistenzialismo di un Richey Edwards, tutta gente che esisteva contemporaneamente alla faida Oasis-Blur e che sembra essersi persa nelle pieghe del britpop, rimanendo ormai delle chicche solo per veri cultori del genere. Gli Oasis sono raw power, energia cruda, senza i filtri delle raffinate allusioni letterario-filosofiche o dell'impegno politico-sociale, fanno quello che vogliono, e basta. Ma alla fine il punto dove si va a battere è sempre quello. La rabbia, la disillusione, l'alienazione, la paura di diventare come "loro", burocrati, ipocriti, rinunciatari, timbra-cartellino.
Come è il primo verso di quella canzone con cui hanno aperto? I live my life in the city/there's no easy way out. Quello che dovevano pensare loro quando erano ancora relegati a Burnage, sobborgo di Manchester, e la vita sembrava profilarsi tutt'altro che rosea; quello che adesso ogni santa mattina mi ripeto io, stringendo i denti per il freddo e il sonno, perché ne ho abbastanza della spola casa-scuola, perché quella gente non mi piace, perché i germi del rock n' roll ormai hanno infettato anche me e la mia vita non verte più sui miei voti, come quando alla fine del quarto ginnasio la mia media tonda tonda del nove mi valse i biglietti del mio primo Oasis-concerto.
Se quella Fosca passiva, attenta, zelante non c'è più, lo dobbiamo solo e soltanto agli Oasis. Gli Oasis che hanno innescato la catena di reazioni sopra descritte. Gli Oasis che hanno modellato il mio senso estetico, il mio modo di pensare, il mio rapporto col mondo. Gli Oasis che mi hanno aiutato a capire che ero solo arrabbiata. Arrabbiata per quelle convenzioni sociali che sicuramente a una certa età anche io dovrò abbracciare, ma il solo averle ripugnate ORA servirà a fare di me una persona migliore.
Due sere fa i sintomi di astinenza da Oasis live sembravano tardare a farsi sentire. Ma quando hanno attaccato Rock N' Roll Star sono stata riportata in diretta ai miei tredici anni.
Quando comprai di mia spontanea iniziativa Heathen Chemistry. Quando, appena avevo due soldi, correvo al negozio di dischi, non ora che li metto da parte per i miei peccatucci di moda. Quando cercavo di ricreare un 1995 artificiale. Quando non avevo ancora l'iPod, solo un walkman, e dentro c'era un giorno sì e l'altro pure Definitely Maybe. Quando tutti i giorni controllavo il palinsesto di MTV per vedere se davano speciali sugli Oasis. Quando la mattina prima di andare a scuola, se c'era un loro vecchio video che non avevo ancora mai visto, ero felice per tutta la giornata. Quando c'era Noel ospite a TRL e io me l'ero segnato sul diario già da una settimana. Quando facevo i mixtape delle canzoni che mi piacevano di più. Quando prestavo a tutte le mie amiche i loro album per avere al più presto qualcuno con cui scapocciare assieme per Liam. Quando mi innamorai follemente di quel ragazzo del classico solo perché aveva i soliti capelli lunghi coi basettoni e la Gibson edizione speciale con la Union Jack e la firma di Noel. Quando ascoltavo Champagne Supernova e ogni volta mi veniva la pelle d'oca. Quando ebbi per la primissima volta la velleità di suonare la chitarra, e mentre sceglievo la mia acustica guardavo con impazienza sullo scaffale del negozio di strumenti musicali lo spartito di Standing on the Shoulder of Giants.
Gli Strokes saranno vestiti meglio e Pete Doherty sarà più colto, ma nessuno, nessuno dei gruppi che mi hanno segnato più profondamente ha ricevuto da me lo stesso calore degli Oasis.
Come per tutti, anche per me sono arrivati le converse, le righe e i pois, i wayfarer, gli skinny, il feticismo per il vintage, il modernismo americano, gli "i listen to bands that don't even exist yet", e gli altri stereotipi del genere. Ma di questa gente che ha avuto la buona volontà di fondare sugli Oasis dei gusti musicali più che decenti, al Palalottomatica ne ho vista ben poca. Io non li rinnegherò mai, perché mi sono sentita più vicina al soggettone con capelli alla Liam old school in impeccabile divisa brit che ha aspettato che facessero Cigarettes & Alcohol per scolarsi la sua birra e accendersi una sigaretta, di quanto avrei potuto esserlo ad un qualsiasi gelido indie kid a un concertino intimo della band hype del momento. Perché quando riascolti una Don't Look Back In Anger o una Live Forever la scintilla si riaccende e lo sdegno aristocratico nei confronti dei "poser" non regge più.
Noel parla di questo come l'ultimo tour. Io spero con tutta me stessa che ritratti. Niente mi farà sentire viva come scoprire di ricordarsi a memoria tutte le canzoni degli Oasis parola per parola proprio come allora e cantare a squarciagola fino a coprire il volume delle casse.
tonight i'm a rock n' roll star.